Posted by: demeo | Marzo 14, 2008

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mappa concettuale su “Fotografia e catalogazione”

Posted by: demeo | Marzo 14, 2008

Fotografia e catalogazione

catalogazione.ppt Per gli studenti della V E del “Caterina da Siena”: Inserisco una presentazione in Power Point da scaricare liberamente, basta cliccare su catalogazione.ppt Fatemi sapere anche con un post se riuscite a scaricare il documento. A parte trovate un’immagine con la mappa concettuale della lezione. Ciao Marina D.

Posted by: demeo | Marzo 10, 2008

Questo blog

Questo blog nasconde il desiderio di raccogliere e condividere materiali con chi voglia insegnare la  fotografia. Per ora solo un tentativo con una lezione sul ritratto che comprende immagini, un testo scritto e una presentazione in Power Point. io la lezione l’ho già fatta ed è andata bene. Marina De Meo

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Posted by: demeo | Marzo 10, 2008

scarica la lezione in Power Point

Posted by: demeo | Marzo 10, 2008

August Sander, Il pasticcere, Colonia 1932

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Posted by: demeo | Marzo 5, 2008

Il ritratto fotografico. Una lezione in classe

  • Il caso di August Sander

“La fotografia pura ci consente di creare ritratti che rendono i soggetti con assoluta verità, sia fisica sia psicologica. Sono partito da questo principio dopo essermi detto che se possiamo creare ritratti di soggetti che siano veritieri, in tal modo creiamo anche uno specchio dell’epoca in cui questi soggetti vivono (…)” Con questa convinzione August Sander, portò avanti per 20 anni un progetto che avrebbe presentato per la prima volta nel 1927 e intitolato Uomini del XX secolo. A proposito della sua concezione dell’« uomo del xx secolo » sosteneva che “per essere in grado di dare un’idea rappresentativa dell’epoca [1910-1930] e del popolo tedesco ho raggruppato queste immagini in più serie, cominciando con i contadini per finire con i rappresentanti dell’aristocrazia dello spirito. Questa evoluzione si inserisce in un altro album che si dispiega parallelamente e mostra l’evoluzione dell’habitat, dal villaggio al grande agglomerato urbano moderno. Registrando, per mezzo della fotografia assoluta, tanto i diversi ceti sociali quanto i loro rispettivi ambienti, spero di rendere fedelmente la psicologia del nostro tempo e del nostro popolo”.Dal 1910 in poi quindi, l’autore realizzò una serie di ritratti in grande formato di contadini spogli di ogni sentimentalismo e privi di creatività espressiva poiché il fotografo era convinto che la verità documentaria della fotografia doveva essere al servizio di una rappresentazione di interesse superiore. Con Uomini del xx secolo Sander abbozzò un ritratto della società articolato secondo i mestieri, le categorie e i ceti sociali, restituendo uno spaccato della società tedesca multiforme ed eterogenea lontana dalla propaganda politica della dittatura nazista. Dopo avere esposto la sua opera al Kunstverein di Colonia nel 1927 e pubblicato due anni più tardi un volume di foto con una serie di 60 ritratti, nel ’34 i nazisti denunciando il carattere riformista del progetto, confiscarono le foto e sospesero l’opera-album.La concezione del vasto progetto ha le sue basi nel rispetto di certe metodologie operative costanti: l’uomo è sempre rappresentato in piedi nel luogo di lavoro o in ambienti familiari, ripreso con serietà e freddezza; lo sguardo fisso rivolto verso l’obiettivo fa trasparire la mancanza di familiarità in quel periodo con la pratica fotografica. Sander utilizzava sempre il “banco ottico”, apparecchio che richiedeva una messa in posa e tempi di scatto molto lunghi e che forniva un negativo in lastra di grandi dimensioni in grado di fornire un alto grado di nitidezza (rispetto al negativo di piccolo formato 24×36mm).

  • Il caso di Franco Vaccari

Diversi l’impostazione e il senso del lavoro di Franco Vaccari, artista modenese eccentrico e vitale, conosciuto per le sue esposizioni in tempo reale e conosciuto soprattutto per l’operazione “Lascia una traccia fotografica del tuo passaggio” presentata alla Biennale di Venezia nel 1972 con l’aiuto di una cabina per fototessere e la partecipazione attiva dei visitatori. Per intendere al meglio il senso dell’operazione di Vaccari è importante ricordare che la cabina per fototessere ha le sue origini più lontane nella fotografia psichiatrica, segnaletica e giudiziaria della metà dell’Ottocento e che con riproduzioni fredde e prive di artisticità, si offriva come strumento di controllo e di schedatura per catalogare pazienti psichiatrici e criminali. Dal 1950 in poi le cabine si diffondono in massa permettondo anche alle persone comuni di ottenere riproduzioni fotografiche da destinare ai documenti di identità e di riconoscimento.Allo stesso tempo però, diversi artisti del Novecento tra cui Marcel Duchamp, Renè Magritte e Francis Bacon inventano un nuovo utilizzo della Photomatic: sfruttando il valore performativo della macchina improvvisano scenette, scherzano e giocano davanti all’obiettivo automatico. A dispetto del carattere meccanico e anonimo infatti, la cabina per fototessere procura “un’esperienza effettivamente sconvolgente (…). In pochi attimi bisogna decidere con che faccia presentarsi al mondo: da buono, da cattivo, da serio, da comico, da dolce, da duro, da freddo, da sexy. In pochi attimi bisogna decidere la propria identità”. La funzione originaria di questo strumento fotografico è sovvertita completamente e sostituita da un nuovo valore aggiunto. Il grande senso performativo della cabina per fototessere è colto al meglio da Franco Vaccari che nel 1972, come già ricordato, è invitato alla Biennale di Venezia: qui presenta Lascia una traccia fotografica del tuo passaggio, dove i visitatori sono invitati da una grande scritta tradotta in quattro lingue, ad entrare nella cabina, mettersi in posa, fare le fotografie e poi attaccare le strisce sulla parete. L’intervento dell’artista è ridotto a nulla e va a confermare l’idea di Vaccari stesso secondo cui la fotografia può essere azione, cioè partecipazione e “coinvolgimento diretto dello spettatore nella realizzazione di interventi spesso effimeri e provvisori in cui l’artista da produttore unico ed originale si trasforma in colui o colei che innesca un evento senza necessariamente controllarne gli esiti”. Tutta l’operazione dell’artista è accolta molto bene dal pubblico e dagli altri artisti invitati alla Biennale e in sintesi nasconde tre intenzioni diverse: innanzitutto dimostra la dimensione performativa (ogni persona poteva assumere qualsiasi faccia e atteggiamento) di un oggetto che di solito è utilizzato soltanto come strumento di utilità collettiva, pratica ed economica; l’artista occupa lo spazio a lui destinato senza alcuna sua opera personale ma soltanto con una sua idea; infine l’intervento, concepito come work in progress, dipende soltanto dal pubblico se accoglie o no lo stimolo. In conclusione Vaccari oppone la dimensione performativa dell’arte alla dimensione tradizionale dell’opera d’arte esposta: Vaccari con la Photomatic adotta l’idea del Work in progress delegando l’”opera” alla creatività dei visitatori di passaggio.

  • Il caso di Thomas Ruff

La rappresentazione della dimensione anonima e identitaria dell’individuo si fa in Thomas Ruff emblematica: erede della fotografia di documentazione di Sander e allievo dei coniugi Becher (autori di foto scattate secondo principi rigidamente stabiliti e sistematicamente disposte in sequenza), il fotografo tedesco realizza a partire dagli anni Ottanta, una serie di ritratti di studenti suoi coetanei. I volti asettici e impassibili sono ripresi frontalmente in formato mezzobusto su sfondo neutro. Lo sguardo freddo e impassibile rivolto verso l’obiettivo richiama l’insegnamento della fotografia sospesa da ogni giudizio del maestro di Colonia e ricorda l”asettica meticolosità di un archivista intenzionato ad allestire un catalogo di fisionomica”. I Portraits sono privi di caratterizzazione e di qualsiasi forma di abbellimento ma allo stesso tempo, essendo realizzati con un apparecchio analogico di grande formato, proprio come faceva Sander, risultano ricchi di dettagli. In più Thomas Ruff sceglie di riprodurre le immagini in formato di grandi dimensioni, 210X165 cm, in modo tale da enfatizzare il “vuoto” di informazioni che procurano e sottolineando l’incapacità della fotografia alla resa oggettiva della realtà. L’autore infatti, pur prendendo spunto dichiaratamente dai fotografi già citati ama confrontarsi con tutti i generi fotografici, e man mano che esplora la realtà si interroga sui codici del linguaggio fotografico adottando tecniche e accorgimenti artistici differenti. Abbandona il bianconero asciutto dai forti toni chiaroscurali tipico della tradizione documentaria e adotta la scala di colore più vicina alla realtà. Procede al ritocco dei negativi con il colore alla maniera dei Pictorialist dell’Ottocento che utilizzavano tecniche per colorare, verniciare e sfumare le immagini convinti di nobilitare in questo modo la fotografia a espressione artistica. Il tedesco quindi abbinando il linguaggio tipico delle fototessere, della foto segnaletica e giudiziaria a tecniche di manipolazione utilizzate convenzionalmente per altri scopi, tradisce e mette di fatto in crisi l’autenticità della fotografia pura tanto decantata da August Sander e dai sostenitori della fotografia identitaria.

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